Lea Mattarella
Roma
Palermo, Galleria Nuvole, 2006
Parlare di Giorgio Ortona per me ha un significato particolare. Perché la sua pittura è il mio panorama quotidiano. E non a causa della sua vocazione romana; infatti, io vivo sì tra le mura della città eterna, ma in un quartiere che a Giorgio pittoricamente non interessa affatto. E’ che quando si entra nel mio appartamento c’è una sua gigantesca veduta che sta lì da quando ci abito io; è stata la prima cosa che abbiamo appeso in casa. Messa proprio sopra il divano a vegliare sulle nostre serate. E appena varchi la porta è la prima cosa che vedi: una periferia, la tangenziale, tutto un po’ grigio, anche il cielo. Posso dire che forse è la cosa che mi ritrovo davanti di più durante il giorno. Eppure, dopo tanti anni, ancora mi capita di osservarla, di soffermarmi su alcuni particolari: su quelle sommità dei palazzi in alto a sinistra, sulla curva della strada, su quel tetto di un deposito che lascia intravedere qualcosa, su un improvviso accendersi di giallo, su una lontananza che sembra proseguire all’infinito. Sto lì e guardo. Mi chiedo che ora è in questa tela e mi convinco sempre di più che sia l’alba. E mi piace. Prima di me Ortona si era soffermato proprio su quell’angolo, lo aveva scelto, elevato a soggetto pittorico. Perché lui guarda la città e la ritrae. Senza enfasi ma con una specie di orgoglio consapevole. La sua Roma non è monumentale e forse non è neanche bella. Però, grazie a lui lo diventa. Tutte quelle palazzine si trasformano sotto il suo sguardo in incastri meravigliosi. Allora capisci che niente deve essere pensato in un solo modo, che puoi cambiare il tuo punto di vista su un frammento di mondo se qualcuno te lo porge nella maniera opportuna, te lo offre alla giusta distanza. Ecco, Ortona questa inquadratura a ‘misura’ la conosce bene: scova terrazze, muri ciechi, finestre, interni di appartamenti, figure solitarie, tetti e ci mostra il nostro solito paesaggio urbano, periferico e anonimo, quello in cui corriamo tutti i giorni, come non l’avevamo mai visto. Ci sono persone sul pianerottolo, anziani affacciati alle finestre, la moglie con il volto cancellato, i guanti da giardino o da cucina bene in vista, le pantofole. Giorgio riesce a rendere l’eroismo del quotidiano, come solo certi registi sanno fare. Tu guardi, ma nello stesso tempo riesci a sentire gli odori, a cogliere il rumore di quello che hai davanti. Per me la sua pittura è molto cinematografica. Quando vedi la figura del padre che si ripete nello stesso quadro con poche variazioni, o quello zoom in quella via di uno dei tanti quartieri romani che appare affascinate proprio per la sua banalità, oppure quella gru intenta a muoversi sotto i tuoi occhi, è evidente che la sua pittura, lenta nell’esecuzione, dà, tuttavia, la sensazione del movimento. A volte anche della rapidità. Guardo la Figura all’Esquilino e mi sembra di corrergli davanti. Lui resta lì, aspetta qualcuno, ma io nel frattempo sono già lontana, magari sulla solita tangenziale a raggiungere un tetto da dove affacciarmi, come Sergio guarda Roma. Questo è un altro dipinto singolare perché Sergio non c’è: è un soggetto cancellato, come se veramente la sua esistenza avesse un senso soltanto per il fatto di trovarsi lì, su quella sommità a guardare la vera ispirazione di Ortona: la città. E Sidney, con la sua maglietta gialla che assiste con relativa indifferenza alla costruzione di un nuovo edificio fa riflettere sul fatto così singolare che si può trovare la bellezza, la forma, la suggestione dappertutto. Io se penso a un nuovo palazzo che viene su, mi atterrisco, poi guardo questo quadro esposto qui e mi sembra che le gru siano la rappresentazione visiva della vitalità. È solo una questione di cambiamento di prospettiva. Giorgio lo sa bene: basta saper valutare la distanza. Quando apre la sua finestra su questa variazione di grigi, gialli, rosa, azzurri (credo che il verde sia un colore quasi bandito dalla sua tavolozza), sull’equilibrio di pieni e vuoti, di luci e ombre, sa che questo immenso paesaggio che si trova davanti può trasformarsi in un piccolo frammento ed è così che lo acchiappa. La città lui la smembra in tanti pezzi che un giorno magari qualcuno si divertirà a rimettere insieme, come un gigantesco puzzle di cui ogni dipinto costituisce un tassello già compiuto. Ed è bello immaginare che tutto ciò che lo spazio urbano contiene, tutta quella vita, sia entrata in una piccola tavola, dalla pittura secca, ruvida, potente, compatta e intatta. E forse come succede ad Achab con Moby Dick, della Roma di Ortona si può dire che è “lei che insegue lui, non lui che insegue lei”. E, infatti quando va fuori, cerca sempre qualcosa di simile. Durante il suo “Viaggio in Sicilia” (il progetto di Nuvole e Planeta) è riuscito a farsi trovare anche tra le campagne da un frammento di metropoli. C’è qualcosa di lirico, di romantico in queste vedute in cui appare sempre il cielo, che cambia colore, timbro, forse suono. Netto e preciso come quello di una chitarra jazz. Ma questa metafora era facile, perché Giorgio la suona. Lui crede di avere una specie di doppia vita, un po’ schizoide:quella del pittore e quella del musicista. Ma la sua musica è la colonna sonora del film di questi quadri. È così evidente!